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Il blog si è trasferito a un nuovo indirizzo.
Al link www.daisyfranchetto.com , ci trovi più belli che mai!!
Ti aspettiamo!
domenica 22 marzo 2015
giovedì 12 febbraio 2015
Se compare una pistola
Cechov diceva che se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari.
Se si introduce un elemento in un racconto, bisogna che abbia una finalità. E la finalità di una pistola è sparare. Forse farà cilecca, oppure il personaggio la terrà puntata stringendola tra le mani sudate senza che parta il colpo, perché il romanzo finisce così, ma questa pistola qualcosa dovrà fare.
Io che ho l'ambizione di imparare a scrivere, accolgo con gratitudine il suggerimento di Cechov. E ci ricamo anche un po' su.
Se in un romanzo una pistola deve assolvere alla sua funzione, nella vita di tutti i giorni cosa deve fare?
L'Italia è un paese che produce molte armi, lo sapevate? Fino a poco tempo fa era il primo produttore di armi leggere. Le produciamo e le vendiamo in giro per il mondo. Che cosa faranno queste armi? Quale sarà la loro storia? Quante volte spareranno? A chi?
E poi ci sono tutte le armi regolarmente o illegalmente conservate nelle case. Con un regolare porto d'armi si può detenere una pistola e andarci in giro (però si deve giustificare la richiesta), chi pratica la caccia detiene delle armi.
Certo, qualsiasi oggetto può diventare un'arma. Ma una pistola, un fucile, un mitra nascono con un sigillo particolare. Sono state create per fare del male, anche se la motivazione è la legittima difesa.
Se acquisti un'arma, devi essere consapevole che la sua natura è precisa. Non le potrai chiedere di pelare le patate o di affettarti il salame. Magari accetterà di rimanere riposta in un luogo segreto per molto tempo, ma non smetterà mai di essere quello che è. Nel suo antro buio, spera che qualcuno venga e darle la libertà. Fatalmente, capita a volte che sia la persona sbagliata a trovarla e ad usarla. Un amico a diciotto anni è morto proprio così.
Se ci prepariamo a colpire qualcuno, prima o poi capiterà. Se concepisci un'arma, prima o poi ti troverai ad usarla. Allora cosa farai? La userai o la riporrai di nuovo? Avrai il coraggio di sbarazzartene?
Se ci predisponiamo all'offesa, all'attacco, sarà proprio quello che ci accadrà.
Non è vero che se vuoi la pace devi prepare la guerra. Se prepari la guerra, avrai la guerra. E non sto pensando solo all'ordine mondiale. Penso anche alle mille volte in cui creiamo le nostre personali armi per difenderci o attaccare gli altri.
Tutte le volte che ci predisponiamo alla difesa, saremo attaccati. E' quello che ci aspettiamo, ed è ciò che avremo.
Tutte le volte che ci prepariamo all'attacco per difesa (o anche no), ci troveremo nella condizione di ferire.
Allora la soluzione è subire? No, non credo. E' nostro diritto sottrarci alla sofferenza.
Forse però è anche possibile sottrarsi a questo continuo fuoco incrociato, chiedendosi "Perché?"
E cercando umilmente e sincermente una risposta a questa domanda. Se attacco, perché lo faccio? Se subisco, perché subisco?
E non accontentiamoci della prima risposta che daremo (probabilmente trattasi di una giustificazione), chiediamoci ancora il perché del perché.
Una delle domande più difficili che mi ha posto finora mio figlio è: "Perché 'perché'?" Cioè chiedersi il significato del perché. Troppo metafisico. Una risposta non l'ho ancora trovata.
Abbiate cura di voi e delle vostre armi!
P.s.: Come vedete siamo ancora alla vecchia versione del blog, ma a breve ci sarà la nuova.
giovedì 29 gennaio 2015
Stiamo lavorando per migliorare questo Spazio
Cari tutti,
in questi giorni uno stimatissimo amico sta lavorando per creare uno Spazio più bello e un Mondo più bello, cioè mi sta aiutando a creare un nuovo sito in cui mettere le mie cianfrusaglie.
Chi entra nel mio blog dall'indirizzo www.daisyfranchetto.com potrebbe avere delle difficoltà.
Passerà tutto in fretta, così come i momenti di confusione nella nostra vita, quelli in cui non sappiamo bene chi siamo per intenderci.
Ricordandomi ancora una volta che per ritrovarsi bisogna anche sapersi perdere un po', vi saluto.
Abbiate cura di voi e dei vostri spazi mutanti!
in questi giorni uno stimatissimo amico sta lavorando per creare uno Spazio più bello e un Mondo più bello, cioè mi sta aiutando a creare un nuovo sito in cui mettere le mie cianfrusaglie.
Chi entra nel mio blog dall'indirizzo www.daisyfranchetto.com potrebbe avere delle difficoltà.
Passerà tutto in fretta, così come i momenti di confusione nella nostra vita, quelli in cui non sappiamo bene chi siamo per intenderci.
Ricordandomi ancora una volta che per ritrovarsi bisogna anche sapersi perdere un po', vi saluto.
Abbiate cura di voi e dei vostri spazi mutanti!
giovedì 15 gennaio 2015
Dimmi: sei stato bravo?
Tra le espressioni riferite all'infanzia, quelle che mi lasciano più perplessa sono legate alla parola "bravo/a".
Lo so, è un'espressione che sottintende molte cose, non necessariamente un giudizio sulla persona.
"Sei stato bravo/a?" Si chiede continuamente ai bambini.
"E' bravo/a?" Si chiede alle mamme e ai papà, anche riferendosi a bambini di pochi giorni.
Ma io mi domando, e vorrei che qualcuno mi rispondesse: come fa un bambino a essere bravo o non bravo?
E' bravo se non fa i capricci? Se gli va bene tutto quello che gli viene proposto senza fare una grinza? E cosa sono i capricci?
Tante domande oggi!.
A preoccuparmi, è anche l'assoluto che sembra nascondersi dietro questo aggettivo. Se uno è bravo, lo è in tutto, se uno non lo è, sorge il dubbio che possa non esserlo mai nella sua vita.
Queste cinque innoque letterine, ne celano altre cinque. "Buono" o "buona".
Una valutazione sull'essere di un individuo agganciata alle azioni che uno compie.
Quello che si vorrebbe, è che i bimbi fossero "buoni".
Sono buoni o bravi a pochi mesi se: mangiano a orari precisi, dormono quanto vorremmo noi (non importa che il ritmo sonno/veglia nell'essere umano si stabilizzi a tre anni circa) ed evitano di piangere se qualcosa li diturba, fosse anche il mal di pancia.
A pochi anni sono bravi se: vengono quando li chiami, mangiano composti a tavola, non urlano, non sporcano, non si sporcano, si rivolgono a tutti con espressioni amorevoli e toni angelici, non corrono tranne quando li si porta in spazi adeguati (un po' come i cani insomma). E questa lista potrebbe continuare un bel po'.
Ho visto bimbi abbassare gli occhi, vergognosi attendendo la risposta dei genitori alla famigerata domanda: "E questo bambino è bravo?"
Perchè nessuno può essere bravo, nessuno di noi ce l'ha mai fatta ad esserlo. E' un traguardo irraggiungibile, un'aspettativa impossibile da sostenere che ti grava sulla testa anche quando sei adulto.
Tutte le volte che non sei all'altezza dei compiti che ti vengono assegnati, quando ti scappa di dire quello che pensi in maniera poco opportuna, quando non incarni perfettamente il ruolo, quando sei troppo sopra le righe o sotto.
Così nascono le "brave mamme" e i "bravi papà", e così soccombono quelli che non riescono a rientrare in questa rosa di eletti.
La sera, una volta spenta la luce e infilate le stanche membra sotto le coperte, un'ombra silenziosa si accosta al nostro letto e si china su di noi premurosa. Controlla che i nostri occhi siano chiusi, che ci siamo lavati i denti, e a quel punto ci domanda perfida: "Dimmi, sei stato bravo oggi?"
Abbiate cura di voi bambini cattivi!
mercoledì 17 dicembre 2014
Ombra è Luce
Ho camminato a lungo in quel corridoio
cavernoso e scuro, forse per mesi.
All’inizio la luce rischiarava le pareti e
rendeva sicuri i miei passi. Poi, gradualmente, senza che me ne accorgessi, si
è affievolita e mi sono ritrovata sola nelle tenebre.
Un tempo conoscevo la mia storia e potevo
cantare, come in una filastrocca, il nome dei miei simili. Non so come sia
accaduto che li ho dimenticati. Così come ho scordato il significato del mio
vagare, ho scordato chi sono.
Forse perché mi sentivo davvero sola, ho
cominciato a parlare con ciò che era davvero presente. L’oscurità.
«Puoi sentirmi?» gli domandavo. «Quando
finirà tutto questo? Quando tornerà la luce? Non mi ricordo più come sono
fatta.»
Ma l’oscurità non mi rispondeva, restava
silenziosa a osservarmi.
Qualche volta mi riposavo, desiderando una
carezza, ma nessuno veniva.
Un giorno mi sentivo così stanca che ho
smesso di avanzare.
Non volevo più andare da nessuna parte, non
desideravo più nulla.
Allora l’oscurità mi ha parlato.
«Perché ti sei fermata?»
Credevo di essermelo solo immaginato, ma la
voce è tornata a chiedere: «Perché non vai avanti?»
«Sono stanca e sono sola» ho risposto con un
filo di voce.
«Ma tu non sei sola, ci sono io con te» ha
protestato l’oscurità.
«Non ti sei mai fatta vedere.»
«Nessuno mi vede, perché sono buia.»
«Perché non mi hai risposto quando ti
chiamavo?»
«Non pensavo parlassi con me.»
«E con chi allora? Qui non c’è nessuno» ho
detto esasperata.
«Ti sbagli, qui ci sono tante cose. Basta
saper guardare.»
Rimasi in silenzio.
Allora l’oscurità mi ha fatto vedere le cose
che avevo intorno. Lei mi indicava dove guardare e, se mi concentravo, potevo
vedere tanti oggetti dimenticati che mi erano appartenuti.
Una vecchia caffettiera, un pallone sgonfio,
un libro mai finito, la fotografia del mio gatto e quella di un amico che ho
perduto.
«Continua, guarda bene» mi incitava
l’oscurità. Ed io guardavo meglio.
Così ho visto i volti di tante persone che
non mi ricordavo di aver incontrato. Ho rivisto i momenti difficili, pastosi di
sofferenza e aguzzi di dolore, e quelli lieti, soffici di risate.
Non mi sentivo più triste, perché c’era
l’oscurità a tenermi compagnia.
«Non ti fermare, vai avanti!» diceva
l’oscurità.
«Perché sei così gentile con me?»
«Perché tu sei importante per me.»
«Io sono importante? Non so nemmeno chi
sono.»
«Anch’io non sapevo chi ero, sei stata tu a
farmelo capire» mi ha detto l’oscurità.
Ero sempre più stupita e non capivo, ma
l’oscurità continuava a dirmi di andare avanti.
Finché non ho visto una piccola luce, là in
fondo al corridoio.
Colma di gioia ho cominciato a correre.
A mano a mano che mi avvicinavo, la luce
aumentava e mi abbagliava.
Alla fine del corridoio ho trovato la
risposta a tutte le mie domande. Uno specchio. Uno specchio che rifletteva la
mia immagine.
L’oscurità era vicina a me, ai margini del
mio campo di luce.
«Sei tu, sei tu la luce che cercavi» mi ha
detto. «È grazie a te se io mi conosco e contemplo i miei confini.»
Per tutto quel tempo avevo vagato, dimentica
di tutto, alla ricerca di qualcosa che solo io potevo darmi.
Anche adesso, che brillo nel cielo
consapevole del mio splendore, so che un giorno tornerò a perdermi per corridoi
bui e che mi ritroverò solo grazie all’oscurità, mia sorella.
жжж
Se avete
camminato al buio, in luoghi sconosciuti, senza qualcuno che vi indicasse la
strada, allora sapete come ci si senta sperduti e intimamente impauriti.
Anche quelli che
non temono il buio conoscono l’inquietudine che le tenebre sanno agire.
Questo è un
periodo dell’anno particolare. Nell’ordine ciclico stabilito dalla rotazione
dei pianeti, adesso stiamo vivendo un periodo di massima oscurità, che
raggiungerà il suo culmine intorno al ventuno dicembre, solstizio d’inverno.
Non ce ne siamo
resi conto, presi dall’euforia della stagione estiva, ma le giornate si stavano
già accorciando, e adesso questo processo decrescente volge al termine.
Tutte le
culture, dagli egizi ai persiani, dai greci ai popoli nordici, hanno celebrato
questo periodo per il suo profondo significato simbolico e, forse, per
esorcizzare qualche paura.
Tutti
nell’emisfero nord, e anche la nostra cultura non fa eccezione, in questi
giorni si preparano a celebrare la luce.
Perché è vero
che l’oscurità è nella sua massima espressione, ma è anche vero che, nel
momento in cui saremo all’apice della notte, proprio in quel momento la luce
risorgerà.
Abbiamo perduto
il contatto con i ritmi naturali, abbagliati dalla luce artificiale quanto le
falene, ma questi giorni bui che volgono al termine, sembrano suggerirci che l’alternanza
di periodi oscuri, propizi all’introspezione, e di giorni luminosi sia nello stato
delle cose, che non si possa tenere solo metà della mela in mano, e che la luce
abbia bisogno dell’oscurità per risplendere, così come noi necessitiamo di
periodi difficili per scoprire noi stessi.
Abbiate cura di voi, della luce e dell'ombra che siete!
venerdì 12 dicembre 2014
Il dio degli errori
"Credo che esista anche un dio delle piccole cose ..." canta Max Gazzé in una canzone.
Se esiste il dio delle piccole cose, esiste anche quello degli errori. Ne sono certa.
E' il dio che si nasconde agli incroci e ti fa prendere la strada che non volevi, quello che si infila nella penna a sfera e ti fa sbagliare le risposte nei compiti in classe o agli esami di ammissione all'università.
Me lo figuro non molto alto di statura, con la pelle grigia e un abito sgualcito e incolore, per passare inosservato. Uno gnomo dispettoso.
Ci suggerisce le persone sbagliate nelle quali riporre fiducia e ci fa calcare la mano con il sale quando cuciniamo per una cena importante.
Ci fa dire le cose sbagliate, nel momento sbagliato, alla persone sbagliate. E non c'è rimedio.
Rende il nostro passo malfermo nel ghiaccio e ci fa ruzzolare a terra.
Quando fai la spesa, ti fa comprare il prodotto che non volevi.
Ti confonde e scegli il compagno imperfetto, ti inganna e finisci con l'accettare un lavoro che non fa per te.
E' il dio dei ritardi, delle mancanze, delle gaffe, dell'abbaglio, della cantonata colossale.
Lo vorremmo scansare a ogni angolo e invece lui è lì a ricordarci la nostra imperfezione e la nostra fragilità di fronte alla Vita.
E' il dio degli errori eppure è un errore anche chiamarlo così.
E' il dio delle opportunità che non vorremmo cogliere, ma che la Vita ci vuole a tutti i costi suggerire.
Abbiate cura di voi e delle opportunità che gli errori regalano!
venerdì 21 novembre 2014
Piccoli atti di resistenza al potere
Tutto quello che ci capita di vivere da piccoli ci segna e indica la piega che alcuni aspetti della nostra vita prenderanno.
Il primo atto di resistenza al potere che io ricordi è qui di seguito riportato.
Ho frequentato un asilo gestito da suore alla fine degli anni '70.
Il primo atto di resistenza al potere che io ricordi è qui di seguito riportato.
Ho frequentato un asilo gestito da suore alla fine degli anni '70.
A tre anni ero già persuasa che qualsiasi mia azione potesse potenzialmente offendere (nell'ordine): mia madre, mio padre, le suore, Gesùbbambino, i santi e tutto quello che si trova nel cielo.
In più, dopo pranzo ero obbligata a fare il riposino. Ora, io ho smesso di fare il riposino a un anno di vita e in questo asilo non c'erano nemmeno i lettini, quindi ci costringevano a dormire seduti sulle sedioline e con la testa poggiata al tavolo.
L'unica comodità che ci veniva concessa era un piccolo strato di gommapiuma (ostinatamente chiamato "cuscinetto") su cui potevamo poggiare la testa. Il mio era rosa, se visto da lontano, oppure a quadretti piccolissimi bianchi e rossi, se ci schiacciavi la faccia.
I tavolini su cui avremmo dovuto dormire erano raggruppati, così la mia testolina era confinante con altre tre.
Per un periodo sedetti vicino a mio cugino (che qui ricorderò con il suo nomignolo) Tex, il suo miglior amico Ambro (anche questo è un nomignolo) e un altro bimbo o bimba che non ricordo chi fosse perché era l'unico/a a dormire.
Quando si faceva silenzio, Tex scostava il cuscino e cominciava a produrre con la bocca una sostanza che non era saliva, ma una schiuma densa e bianca. Poi, con un movimento molto preciso delle labbra, gonfiava il tutto e ne usciva una bolla indistruttibile.
Io non sono mai riuscita a fare una cosa del genere, al massimo potevo produrre una pozza di saliva incolore. A Tex andava tutta la mia ammirazione (tuttora lo stimo moltissimo), non solo perché sapeva fare delle bolle che nemmeno il sapone di marsiglia, ma anche perché, silenziosamente e pacificamente, sfidava il potere.
Se una delle suore percepiva dei movimenti, o dei bisbigli, e si avvicinava ai banchi, Tex in un solo risucchio silente inglobava la poltiglia bianca, e spostava il cuscino a coprire il tutto.
Noi chiudevamo gli occhi e fingevamo di dormire, così non ci hanno mai scoperti.
Noi chiudevamo gli occhi e fingevamo di dormire, così non ci hanno mai scoperti.
Questo ricordo, francamente disgustoso, è il simbolo della resistenza dissacrante che i piccoli possono agire nei confronti dei poteri forti.
Non sarà certo così che si sovverte il sistema (e il sistema siamo noi, ricordiamocelo), ma trovo che piccoli atti di resistenza pacifica siano profondamente liberatori.
Oggi, tutte le volte che ci sentiamo oppressi, concediamoci (almeno con il pensiero) un atto di resistenza.
E se non siamo portati per gli atti rivoltosi, almeno compiamone di rivoltanti.
Qual é stato il primo atto di resistenza al potere che ricordate?
Qual é stato il primo atto di resistenza al potere che ricordate?
Abbiate cura di voi e della vostra piccola resistenza silenziosa!
mercoledì 5 novembre 2014
Tutti, ma proprio tutti
Adesso, al mio "tre", facciamo un bel respiro profondo e poi tutti, ma proprio tutti, ci mettiamo a fare le seguenti cose:
- tutti, ma proprio tutti, leggiamo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e impariamo a rispettarla;
- tutti, ma proprio tutti, paghiamo le tasse (anche quelli che i soldi ce li hanno, mi raccomando!);
- tutti, ma proprio tutti, ci indigniamo quando vengono calpestati i diritti sanciti dalla Costituzione;
- tutti, ma proprio tutti, andiamo a votare, e scegliamo candidati che non calpestino i diritti sanciti dalla Costituzione ( e che non abbiamo pendenze con la giustizia);
- tutti, ma proprio tutti, paghiamo per i nostri errori. Non cerchiamo scuse, non cerchiamo di insabbiare, e attendiamo l'esito delle nostre azioni, fosse anche il perdono;
- tutti, ma proprio tutti, la smettiamo di buttare l'immondizia in giro (anche i filtri delle sigarette);
- tutti, ma proprio tutti, la smettiamo di sgomitare cercando di scavalcare qualcuno e, ogni tanto, cediamo il passo;
- tutti, ma proprio tutti, mangiamo quello che vogliamo, però prima di farlo pensiamo a se ci farà bene o no.
Direi che come inizio non è male.
Siete pronti?
Uno, due, tre ... VIA!!!
Abbiate cura di voi e di quel che fa bene alla società.
giovedì 16 ottobre 2014
M
In manicomio che non avevi diciotto anni.
Cercare di sopravvivere.
Rubare per aver qualcosa di tuo, rubare per colmare il vuoto.
Sigarette, pennarelli, carta, cibo.
La sera, la perquisizione e poi nello stanzino di contenzione ad aspettare il mattino.
I farmaci, le botte.
Gambe divericate e mani al muro, nudo mentre ti bagnano con una canna d'acqua.
Muoversi furtivi, quasi senza toccare terra.
Tutto quello che possiedi lo porti con te.
Il cambiamento.
Conoscere persone che ti parlano in modo diverso, che ti parlano.
Una casa nuova nel manicomio.
Sconcertato, più di quanto lo siano gli altri nel conoscere la tua storia.
Letto nuovo, coperte, lenzuola colorare.
Abiti nuovi.
Fughe, botte, ancora furti, perché è più forte di te.
Un paio d'anni e tre TSO prima di decidere che vuoi restare lì, in quella casa diversa.
Decidere di fidarti.
Farti amare per quello che sei.
Andare in giro, andare al mare.
La mattina, bere un caffé e fumare una sigaretta vicino al lago.
La sera, allungare le braccia come un bambino e farsi dare un bacio prima di dormire.
La malattia, beffarda.
Resistere, sopportare il dolore, farti accudire da persone che ormai ti amano tanto.
Una visita veloce per salutarti, prima che sia troppo tardi.
Un ultimo bacio.
Un fiore il giorno del tuo funerale.
Ciao
Abbiate cura di voi e delle persone che hanno segnato la vostra crescita.
Cercare di sopravvivere.
Rubare per aver qualcosa di tuo, rubare per colmare il vuoto.
Sigarette, pennarelli, carta, cibo.
La sera, la perquisizione e poi nello stanzino di contenzione ad aspettare il mattino.
I farmaci, le botte.
Gambe divericate e mani al muro, nudo mentre ti bagnano con una canna d'acqua.
Muoversi furtivi, quasi senza toccare terra.
Tutto quello che possiedi lo porti con te.
Il cambiamento.
Conoscere persone che ti parlano in modo diverso, che ti parlano.
Una casa nuova nel manicomio.
Sconcertato, più di quanto lo siano gli altri nel conoscere la tua storia.
Letto nuovo, coperte, lenzuola colorare.
Abiti nuovi.
Fughe, botte, ancora furti, perché è più forte di te.
Un paio d'anni e tre TSO prima di decidere che vuoi restare lì, in quella casa diversa.
Decidere di fidarti.
Farti amare per quello che sei.
Andare in giro, andare al mare.
La mattina, bere un caffé e fumare una sigaretta vicino al lago.
La sera, allungare le braccia come un bambino e farsi dare un bacio prima di dormire.
La malattia, beffarda.
Resistere, sopportare il dolore, farti accudire da persone che ormai ti amano tanto.
Una visita veloce per salutarti, prima che sia troppo tardi.
Un ultimo bacio.
Un fiore il giorno del tuo funerale.
Ciao
Abbiate cura di voi e delle persone che hanno segnato la vostra crescita.
lunedì 6 ottobre 2014
La papera blu
La scorsa settimana mio figlio ha avuto un paio di mattine difficili. L'inizio dell'asilo, il distacco da casa dopo una lunga estate trascorsa assieme, compagni nuovi e compagni vecchi che non c'erano più.
Eravamo già in classe, lui non voleva staccarsi da me, però guardava gli altri bambini e si sarebbe volentieri aggiunto a loro. Spaccato a metà tra la mamma e il mondo, non sapeva decidersi e stava evidentemente male.
Io gli stavo vicino per rassicurarlo, ma non sapevo più cosa dire o fare.
D'un tratto, si avvicina una bimba che estrae da una tasca una piccola papera blu di plastica.
La porge al mio bimbo che la guarda e sorride. Anche se ci sono voluti ancora dieci minuti perché decidesse di andare e salutarmi, io ho avuto la netta sensazione che la papera sia stata determinante. E' stata un segnale decisivo, quell'elemento imprevisto che indica un possibile cambiamento. Basta coglierlo.
Tornando a casa ho pensato alle mille volte in cui mi sono trovata ingarbugliata in stati d'animo sofferenti e angosciosi dai quali pensavo di non uscire mai, alle giornate storte, quelle in cui l'umore sembra dover restare uggioso e scontroso come una nuvola di temporale. E poi, come una papera blu estratta dal taschino, qualcosa capitava a cambiare il corso della storia.
Molte volte credo di non aver visto quella papera, non l'ho colta. Era lì davanti a me, ma non sono riuscita a seguirla. Sì, perché qualche volta abbiamo proprio tanta voglia di restare nel nostro brodo di malinconia e disperazione.
La vita ci propone una serie di papere blu e le mette nei posti più impensati. Sotto il cuscino la mattina, nella tazza del latte, nel dentifricio, sul cruscotto della macchina, tra i denti del collega, nell'insalata, in mezzo alla strada. Non si arrende mai, siamo noi che non le vogliamo vedere.
Perché, non mi stancherò mai di dirmelo, stare bene è una scelta.
Allora, dato che tristemente hanno riaperto la caccia, tutti (metaforicamente) a caccia di papere blu!
Abbiate cura di voi e delle vostra papere blu!
domenica 14 settembre 2014
Problemi
C'è un problema che accompagna i giorni e le notti.
Un problema profondo e angosciante che a volte mi getta in un luogo che assomiglia a un mare scuro.
Annaspo per stare a galla e respirare. Il più delle volte ci riesco, qualche volta, invece, vado a fondo e sento che non posso fare diversamente.
E' proprio nel momento in cui affondo, e temo di non risalire, che mi torna alla mente una frase di Roberto Assagioli (tanto per cambiare): "I problemi non si risolvono, si dimenticano".
L'idea di dimenticare il mio problema è abbastanza lontana dal sembrarmi realizzabile, ora.
E' costantemente con me, anche quando mi sembra di averlo seminato e non lo vedo in giro, so che ce l'ho dentro.
Vorrei viverlo come un'opportunità di crescita e basta già adesso, ma so che non è ancora il momento. Vorrei che mi venissero fornite altre opportunità di crescita, diverse. Lo dico davvero, perché sono stanca. Stanca di stare male e di vedermi soffrire.
E' anche vero, come starete pensando in molti, che viviamo in una valle di lacrime ... ma andiamo oltre.
Questa frase provocatoria sui problemi che si dimenticano mi solletica da qualche parte.
Anche Neruda scrive una cosa simile in una sua poesia, quando consiglia di non alimentare i problemi così si risolveranno.
Cosa mi impedisce di abbandonare il problema? Il fatto che coinvolga una persona che amo più della mia vita? Ma non sto abbandonando la persona, solo quello che per me ora è un problema e che per i saggi di tutto il mondo è ... ditelo insieme a me, per favore ... UN'OPPORTUNITA'! Bravi!
Inoltre, le persone "sane" sono in genere felici di non essere guardate per i loro problemi o presunti tali.
Che cosa può ancora impedirmi di lasciare andare? Il fatto di non averlo risolto?
In questo momento, tutto quello che è possibile fare è stato messo in atto. Si attendono illuminazioni.
Allora? Cosa rimane?
Forse il non riuscire ad accettare la situazione per quella che è. E finché ciò non avverrà, nemmeno una trasformazione sarà possibile.
L'accettazione comporta però una certa conoscenza del problema. Ma, direte voi e dico anch'io, ormai questo problema lo conosco!
E invece, no.
Vivere tutto il giorno in balia di una preoccupazione non significa conoscerla, come non conosci il collega rompiballe solo perché lo sopporti per otto ore al dì. Lo conosci se hai la decenza di fermarti e chiedergli: "Perché sei un rompiballe?"
Questo comporta chiaramente un distacco che non ho e allora la prima cosa da fare è crearlo.
Uno spazio piccolo, piccolo, quasi un foglio di carta, ma è già qualcosa.
Uno spessore che assomiglia a una piccola dimenticanza, come quando dimentichi di fare una telefonata che comunque potrai fare domani senza problemi.
Una piccola dimenticanza è quello che mi ci vuole, simile a una piccola vacanza.
Quando tornerò, il mio problema sarà ancora lì ma, forse, rivedersi dopo un breve periodo di distacco farà bene a tutti e due.
... Oppure scoprirò che lui ne ha approfittato per lasciarmi, senza neanche una lettera, perché, in fondo, ne aveva le balle piene di me!
Abbiare cura di voi e dei vostri problemi!
domenica 31 agosto 2014
Pensieri volanti # 1
Non mi lodare, perché un giorno io ti deluderò.
Forse lo sto facendo proprio in questo momento.
Non mi giudicare, perché tra poco potrei stupirti.
Rendimi migliore, accettandomi per quel che sono.
Abbiate cura di voi e abbiate pensieri che vi facciano sentire migliori!
Forse lo sto facendo proprio in questo momento.
Non mi giudicare, perché tra poco potrei stupirti.
Rendimi migliore, accettandomi per quel che sono.
Abbiate cura di voi e abbiate pensieri che vi facciano sentire migliori!
venerdì 22 agosto 2014
Ma ve lo ricordate Enzo Baldoni?
Tutte le volte che un giornalista, un volontario o un missionario vengono rapiti da qualche parte e poi giustiziati, a me torna in mente Enzo Baldoni.
Ho conservato un ritaglio di giornale del giorno in cui è stata data notizia della morte, è una foto spiritosa pubblicata dal Manifesto. Niente di strano che abbiano scelto una foto del genere, visto che Enzo Baldoni era uno che sapeva ridere. Di qualsiasi cosa.
Non so ancora spiegarmi perché la morte di questo giornalista freelance, di questo "viaggiatore curioso" come si definiva lui, mi abbia colpito così tanto.
Ho sempre avuto la sensazione che fosse stato abbandonato, che ci si fosse dimenticati di lui. La sua morte non è stata filmata, anzi, la sua morte rimane ancora un fatto poco chiaro.
Anche adesso ho la sensazione che ci si sia dimenticati di lui troppo in fretta.
E' morto il 26 agosto del 2004, si presume. I resti del suo corpo sono arrivati in Italia solo nel 2010 ...
Proprio perché non ci sono informazioni certe sulla sua morte, la mia mente ha cercato spesso di immaginare cosa fosse successo, cosa fosse andato davvero storto.
Ho immaginato che facesse caldo, che lui avesse caldo. Mi sono chiesta se gli davano almeno da bere. Ho immaginato che la rondinella d'acqua che lui aveva ideato per una famosa marca d'acqua in bottiglia, arrivasse a svolazzare fin là, portandogli un po' di sollievo.
Ho immaginato che fosse in un posto polveroso e che non ci fosse molta luce. Ho immaginato che potesse avere paura, che si stesse chiedendo cosa stava accadendo.
Era uno che cercava notizie e le cercava vere, forse ha messo il naso dove non doveva?
Sul momento della sua morte non ho fantasie, solo speranze, che sia stata una morte senza torture, senza troppa sofferenza.
Ho la fantasia terribile che l'abbiano rapito credendolo qualcun altro, che abbiano capito solo dopo di aver preso un pesce piccolo (certamente non una spia), che nessuno avrebbe sollevato un polverone se lo ammazzavano. Se è così, hanno pensato bene.
Nessuno ha sollevato un polverone, qualcuno lo ricorda.
Ma il modo migliore per ricordarlo sarebbe dire la verità e riderci su.
Abbiate cura di voi ... e delle persone che vengono dimenticate.
mercoledì 30 luglio 2014
Curiosità
Oggi me la cavo con poco, ma questa citazione vale oro.
Curiosi di tutto il mondo: unitevi!!
Oh, io sono un mezzo fallito. Il poco che so lo devo al mio professore,
Albert Sorel. "Cosa vuol diventare?", mi domandò. "Diplomatico." "Ha una
grossa fortuna?" "No." "Può con qualche apparenza di legittimità
aggiungere al suo cognome un nome celebre?" "No." "E allora rinunci alla
diplomazia." "Ma allora cosa posso fare?" "Il curioso." "Non è un
mestiere." "Non è ancora un mestiere. Viaggi, scriva, traduca, impari a
vivere dovunque, e cominci subito. L'avvenire è dei curiosi di
professione..."
Dal film "Jules e Jim" di Truffaut
Abbiate cura di voi e della vostra curiosità!
giovedì 17 luglio 2014
Dispiaciuto
Come dice, scusi?
Ah, nessuno l'aveva informata che uccidere dei bambini su una spiaggia "per errore" e poi dire che Le dispiace è inopportuno?
Beh, dispiace a me doverla informare che è così.
Chiede a me, quando si può dire che qualcosa ci dispiace?
Allora, vediamo ... Umm ... direi, quando si entra per errore in una stanza e si interrompe una riunione importante o si scopre che era un bagno occupato, oppure quando si dimentica un compleanno. Ecco, cose così.
Eh, sì. Decisamente ammazzare dei bambini innocenti esce dalla casistica.
Mi chiede cosa dovrebbe dire?
(Ci penso) Credo non ci sia molto da dire, anzi, forse c'è da osservare il silenzio. Magari però ci sarebbe qualcosa da fare, la pace, e qualcosa da sospendere: la guerra e i bombardamenti.
Mi chiede come suggerisco di risolvere i conflitti?
Beh, una mente molto più illuminata della mia suggerì, tempo fa, di trasformare le guerre in competizioni sportive. Io direi che potrebbe essere un'ottima soluzione. Intendiamoci, ci sono anche sport in cui ci si può tirare una bella gomitata su un occhio o un calcio lì dove fa più male, se proprio avete bisogno di violenza.
Oppure, ma continua a piacermi di più l'idea di prima, potreste chiudervi in una stanza voi cinque o sei, che siete quelli che muovono tutta questa baracca di mondo traendo beneficio dalle guerre, e prendervi a schiaffoni finché non sarete soddisfatti. Lasciando vivere tutti gli altri sette miliardi.
Come dice?
Ma si figuri! E' stato un piacere esserle stata utile. Arrivederci.
Abbiate cura di voi ... e auguratevi di non dovervi dispiacere per le cose sbagliate!
venerdì 4 luglio 2014
Letto di contenzione
Il corpo nudo
saldamente ancorato al letto
da cinghie di cuio.
Il letto inchiodato al pavimento.
Per una proprietà transitiva,
questo dovrebbe conferire stabilità
alla mia vita.
Invece, è il pavimento a scuotersi
e a squarciarsi,
lasciando intravedere il vuoto.
Ed è la mia anima a rotolare fuori,
per restare in silenziosa contemplazione del caos.
(Ricordi dell'ospedale psichiatrico che riaffiorano in un pomeriggio di pioggia. Mi stavo chiedendo: qual è il vostro "letto di contenzione" in questo momento?)
Abbiate cura di voi e, se potete, sciogliete ora le cinghie di cuio.
lunedì 30 giugno 2014
Michele, Michele, Michele
La situazione
La nonna accompagna Michele, un bambino di sei anni al parco giochi.
Lì Michele incontra Serena, una coetanea con cui inizia subito a giocare.
La nonna si siede su una panchina dalla quale può osservare tutto come uno sciacallo dalla gualdrappa (e non è un errore di battitura).
Ore 11.43
Sulla torretta dello scivolo, Michele sfida Serena a scendere usando il percorso che normalemente si usa per salire. Serena accetta.
Michele non ha il tempo di mettere la scarpa da ginnastica sul primo gradino.
La nonna (con voce petulante e non lo scrivo più perché ce l'ha sempre così): "Michele, non si scende da lì".
Michele: "Sì, lo so".
La nonna: "Se lo sai, perchè lo fai?"
Michele guarda la nonna e pensa: "Perché ho sei anni? Perché un po' di anticonformismo non ha mai ammazzato nessuno? Per sfida? Scegli tu".
Però Michele è saggio e non dice nulla. Pensa.
Ore 11.47
La torretta dello scivolo è diventata una barca in mezzo al mare. Serena avvista una balena, che è sua amica, e Michele uno squalo, ma non si sa se sia un amico.
Michele scende dalla torretta.
La nonna (seria e petulante, lo so, avevo detto che non lo scrivevo più): "Michele, perchè, se c'è uno squalo, sei sceso dalla barca?"
Ore 11.50
Michele avvista un salmone in mezzo al mare.
La nonna: "Michele, non ci sono salmoni nel mare. E tu lo sai".
Ore 11.52
Michele si sporge leggermente dalla torretta.
La nonna: "Michele, lo sai che la testa è più pesante di tutto il corpo e potresti cadere?"
Ore 11.55
Serena a Michele: "Io ho una mamma che lavora".
La nonna (prima che Michele possa fiatare): "Anche Michele ha una mamma che lavora".
Il mio commento
Michele, penso di interpretare il pensiero di molti se dico che sono con te, in tutto e per tutto.
Sono sollevata all'idea che anche tu abbia una mamma e non sia un orfano costretto a crescere con una nonna così. Spero che tua madre non lavori per molte ore al dì.
Spero anche che tu continui a immaginare salmoni in mare aperto, anche se lo sai che non stanno lì abitualmente, e che, in generale, tu possa continuare a spostare le cose da un posto ad un altro, almeno con la fantasia! Magari potresti immaginare un salmone che vive nello Spazio.
Mi auguro che tu possa conservare un minimo di anticonformismo, che nella vita non guasta mai.
E, infine, vorrei dirti che ... tua nonna, anche se petulante, è un essere umano ... quindi ha una scadenza!
Abbiate cura di voi ... e dei vostri salmoni alati!
mercoledì 18 giugno 2014
Potere
Dietro la coltre di nebbia che le innumerevoli sigarette che stai fumando innalzano intorno a noi, mi dici con leggerezza, ma con attenzione alle pause per creare il giusto effetto, che conosci gente influente che può farmi ottenere quel che tu desideri.
Dalle prime parole che hai pronunciato, è iniziato il tuo esercizio del potere.
No, non temere, non ti giudico per questo. Tutti esercitiamo (chi più chi meno) una nostra forma di potere (a volte occulta, a volte esplicita).
Per buona parte della nostra conversazione, la tua maschera ha retto molto bene. Con destrezza, hai tessuto un filo tra di noi, sul quale io avrei dovuto camminare come una sonnanbula per passare dalla tua parte e cadere poi nella trappola che tu avevi preparato per tempo.
Mi hai parlato del bene comune, dell'esigenza di fare in fretta, mi hai passato una bustina di zucchero che profumatava di un veleno che conosco bene: il senso di colpa.
Probabilmente, mi hai inquadrata nel primo istante in cui mi hai vista e avrai concluso che ero fin troppo facile da catturare.
Adesso è il momento di controllare che tutto sia a posto e sbirci la mia posizione sul filo.
Ma ... un momento ... sorpresa! Io sul filo non ci sono. Sono ancora seduta dov'ero prima e continuo a guardarti con l'espressione dolce e comprensiva che Madre Natura mi ha dato in dotazione.
Quella stessa espressione che temo ti abbia fatto fare il primo errore di valutazione.
Mi scuso, non lo faccio a posta. E poi io sono davvero una persona tendenzialmente gentile, dolce e comprensiva, anche se questo non significa che mi piaccia essere manovrata ( e questo è stato il tuo secondo errore).
Il disappunto causato dalla mia resistenza provoca un brivido alle tue narici, ma non ti arrendi. Forse sono solo dura di comprendonio, così, "parladomi con franchezza", mi rispieghi con maggiore energia il punto. Nel farlo, però, ti agiti troppo e un pezzo della maschera si scolla. Un angolo penzolante rivela la pelle squamata e verde, la tua vera pelle.
Se tu avessi ascoltato le mie parole e preso in considerazione la mia posizione da subito, adesso non ci troveremmo a questo punto.
La maschera scivola ancora un po' e la tua condizione è ormai evidente. Dietro il bene comune si intravede l'interesse personale e dietro la mia espressione gentile comincia a delinearsi la posizione di una persona che non ha intenzione di darti ragione o di fare quel che desideri solo perché conosci i potenti.
Piano piano molli la presa. Ci congediamo e tu tra un paio di minuti mi avrei dimenticata, perché non ti servo più.
Io invece mi ricorderò di te.
No, non è una minaccia (non mi piacciono le minacce).
Prendila come una promessa.
Abbiate cura di voi ... e del vostro esercizio del potere.
lunedì 9 giugno 2014
Estate!
Colta alla sprovvista, impreparata.
L'estate è un argomento che non vorrei mai affrontare.
La vorrei scansare,
posticipare a un momento che sia più autunnale.
L'estate non è la stagione dell'anima mia!
L'estate è eccessiva, antiecologica quasi.
Disperde troppo caldo in troppa luce.
Non sai più dove nasconderti
e non sai più da chi ti nascondi,
in un gioco a chi cerca e chi trova,
che poi ti trovi da solo a giocare, perché gli altri sono andati in vacanza.
E persino ritrovare me stessa d'estate diventa fastidioso.
E persino ritrovare me stessa d'estate diventa fastidioso.
Perdonate questa anti-ode alla stagione che da sempre mi mette in difficoltà ... almeno quanto il Natale!
Abbiate cura di voi e delle vostre stagioni dell'anima!
venerdì 6 giugno 2014
Stimoli per l'anima
Oggi me la cavo con "poco", ma questa breve poesia merita davvero.
"Chiudilo pure in gabbia,
ma è grande,
e le punte usciranno sempre.
Se l'uomo è una stella".
Alessandro Bergonzoni dalla raccolta L'Amorte.
Abbiate cura di voi ... e delle vostre punte stellari!
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